Gesù Ti amo Ti adoro Ti benedico
Estratti dal Libro di Cielo - DIO Amore
Luisa Piccarreta












estratti dal Libro di Cielo [Amore] presenti nella pagina: diciassette (17) - data utimo aggiornamento: 6 giugno 2026
Luisa: "Con una novena del Santo Natale circa l’età di diciassette anni, mi preparai alla festa del Santo Natale praticando diversi atti di virtù e mortificazione, e specialmente onorando i nove mesi che Gesù stette nel seno materno con nove ore di meditazione al giorno, appartenente sempre al mistero dell’incarnazione."
Come per esempio, in un ora mi portavo col pensiero nel paradiso e mi immaginavo la Santissima Trinità.

Il Padre che mandava il Figlio sulla terra, il Figlio che prontamente ubbidiva al Volere del Padre, lo Spirito Santo che vi consentiva.

La mia mente si confondeva nel mirare un sì grande mistero, un amore sì reciproco, sì uguale, sì forte tra Loro e verso degli uomini; e poi, l’ingratitudine degli uomini e specialmente la mia.
Che vi sarei stato non un’ora ma tutto il giorno, ma d’una voce interna che mi diceva: "Basta, vieni e vedi altri eccessi più grandi del mio amore."
Quindi la mia mente si portava nel seno materno, e rimaneva stupita nel considerare quel Dio sì grande nel Cielo, ora così annichilito, impicciolito, ristretto, che non poteva muoversi, e quasi neppure respirare.
La voce interna che mi diceva: "Vedi quanto ti ho amato? Deh! dammi un po’ di largo nel tuo cuore, togli tutto ciò che non è mio, che così mi darai più agio a potermi muovere ed a farmi respirare."

Il mio cuore si struggeva, gli chiedevo perdono, promettevo d’essere tutta sua, mi sfogavo in pianto, ma però, lo dico a mia confusione, che ritornavo ai miei soliti difetti.
Oh Gesù quanto siete stato buono con questa misera creatura!
Dalla seconda meditazione passavo alla terza, e una voce interna mi diceva: "Figlia mia, poggia la tua testa sul seno della mia Mamma, guarda fin dentro di esso la mia piccola Umanità, il mio amore mi divorava, gli incendi, gli oceani, i mari immensi dell’amore della mia Divinità m’inondavano, m’incenerivano, alzavano tanto le sue vampe che si alzavano e si estendevano ovunque, a tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo, e la mia piccola Umanità era divorata in mezzo a tante fiamme, ma sai tu, il mio eterno amore che cosa mi vuol far divorare?
Ah! le anime!

Ed allora fui contento quando le divorai tutte, restando con Me concepite, ero Dio, dovevo operare come Dio, dovevo prendere tutte, il mio amore non mi avrebbe dato pace se escludessi qualcuna.

Ah! figlia mia, guarda bene nel seno della mia Mamma, fissa bene gli occhi nella mia Umanità concepita e vi troverai l’anima tua concepita con Me, le fiamme del mio amore che ti divorarono.
Oh! quanto ti ho amato e ti amo!

Io mi sperdevo in mezzo a tanto amore, ne sapeva uscirmene, ma una voce mi chiamava forte dicendomi: "Figlia mia, ciò e nulla ancora, stringiti più a me, dà le tue mani alla mia cara Mamma affinché ti tenga stretta sul suo seno materno, e tu dà un altro sguardo alla mia piccola Umanità concepita e guarda il quarto eccesso del mio amore."
"Figlia mia, dall’amore divorante passa a guardare il mio amore operante.

Ogni anima concepita mi portò il fardello dei suoi peccati, delle sue debolezze e passioni, ed il mio amore mi comandò di prendere il fardello di ciascuno e non solo le anime concepì, ma le pene di ciascuna, le soddisfazioni che ogn’una di esse doveva dare al mio Celeste Padre.

Sicché la mia passione fu concepita insieme con Me. Guardami bene nel seno della mia Celeste Mamma.
Oh! come la mia piccola Umanità era straziata, guarda bene come la mia piccola testolina è circondata da un serto di spine, che cingendomi forte le tempie mi fanno mandare fiumi di lacrime dagli occhi, ne potevo muovermi per asciugarle.

Deh! muoviti a compassione di Me, asciugami gli occhi dal tanto piangere, tu che hai le braccia libere per potermelo fare, queste spine sono il serto dei tanti pensieri cattivi che si affollano nelle menti umane, oh! come mi pungono più delle spine che germoglia la terra, ma guarda ancora che lunga crocifissione di nove mesi, non potevo muovere né un dito, né una mano, né un piede, ero qui sempre immobile, non c’era posto per potermi muovere un tantino, che lunga e dura crocifissione coll’aggiunto che tutte le opere cattive prendendo forma di chiodi, mi trafiggevano mani e piedi ripetutamente e così."

E così continuava a narrarmi pene per pene, tutti i martiri della sua piccola Umanità, che volerle dire tutte sarei troppo lungo. Ond’io mi abbandonavo al pianto, mi sentivo dire nel mio interno:
"Figlia mia, vorrei abbracciarti ma non lo posso, non c’è lo spazio, sono immovile, non lo posso fare; vorrei venire a te, ma non posso camminare. Per ora abbracciami e vieni tu a Me, poi quando uscirò dal seno materno verrò Io a te."

Ma mentre con la mia fantasia me l’abbracciavo, me lo stringevo forte al mio cuore, una voce interna mi diceva: "Basta per ora figlia mia, e passa a considerare il quinto eccesso del mio amore."
Onde la voce interna seguiva: "Figlia mia, non ti scostare da Me, non mi lasciare solo, il mio amore vuole la compagnia, un altro eccesso del mio amore che non vuole essere solo.

Ma sai tu con chi vuol essere in compagnia?
Della creatura.

Vedi, nel seno della mia Mamma, insieme con Me ci sono tutte le creature, concepite insieme con Me.

Io sto con loro tutto amore, voglio dirle quanto le ami, voglio parlare con loro per dirle le mie gioie ed i miei dolori, che sono venuto in mezzo a loro per renderle felice, per consolarle, che starò in mezzo a loro come un loro fratellino dando a ciascuna tutti i miei beni, il mio regno a costo della mia morte.
Voglio darle i miei baci, le mie carezze; voglio trastullarmi con loro, ma, ahi quanti dolori mi danno! chi mi fugge, chi fa il sordo e mi riduce al silenzio, chi disprezza i miei beni e non si curano del mio regno e ricambiano i miei baci e carezze con la non curanza e dimenticanza di Me, ed il mio trastullo lo convertono in amaro pianto.

Oh! come son solo, eppure in mezzo a tanti.

Oh! come mi pesa la mia solitudine, non ho a chi dire una parola, con chi fare uno sfogo, neppure d’amore; sono sempre mesto e taciturno, perché se parlo non sono ascoltato. Ah! figlia mia, ti prego, ti supplico non mi lasciare solo in tanta solitudine, dammi il bene di farmi parlare coll’ascoltarmi, presta orecchio a miei insegnamenti, Io sono il maestro dei maestri.
Quante cose voglio insegnarti! Se tu mi darai ascolto mi farai cessare da piangere e mi trastullerò con te.
Non vuoi tu trastullarti con Me?

E mentre mi abbandonavo in Lui compatendolo nella sua solitudine, la voce interna seguiva: "Basta, basta, e passa a considerare il 6º eccesso del mio amore."
"Figlia mia, vieni, prega la mia cara Mamma che ti faccia un po’ di posticino nel suo seno materno, affinché tu stessa vedi lo stato doloroso in cui mi trovo."

Onde mi pareva col pensiero che la nostra Regina Mamma per contentare a Gesù, mi faceva un po’ di posto e mi metteva dentro. Ma era tale e tanta l’oscurità che non lo vedevo, solo sentivo il suo respiro e Lui nel mio interno seguiva a dirmi: "Figlia mia, guarda un altro eccesso del mio amore. Io sono la luce eterna, il sole è un’ombra della mia luce, ma, vedi dove mi ha condotto il mio amore, in che oscura prigione Io sono?
Non c’è uno spiraglio di luce, è sempre notte per Me, ma notte senza stelle, senza riposo, sempre desto, che pena!
la strettezza della prigione, senza potermi menomamente muovere, le fitte tenebre; anche il respiro, respiro per mezzo del respiro della mia Mamma, oh! come è stentato.

E poi, aggiungi le tenebre delle colpe delle creature, ogni colpa era una notte per Me, che unendosi insieme formavano un abisso d’oscurità senza sponde.
Che pena! oh eccesso del mio amore, farmi passare d’una immensità di luce, di larghezza, in una profondità di fitte tenebre e di tale strettezze fino a mancarmi la libertà del respiro, e ciò tutto per amore delle creature."

E mentre ciò diceva gemeva, quasi con gemiti soffocati per mancanza di spazio, e piangeva.
Io mi struggevo in pianto, lo ringraziavo, lo compativo, volevo fargli un po’ di luce col mio amore come Lui mi diceva, ma chi può dire tutto?
La stessa voce interna soggiungeva: "Basta per ora, e passa al settimo eccesso del mio amore."
La voce interna seguiva: "Figlia mia, non mi lasciare solo in tanta solitudine ed in tanta oscurità, non uscire dal seno della mia Mamma per guardare il settimo eccesso del mio amore.
Ascoltami, nel seno del mio Celeste Padre Io ero pienamente felice, non c’era bene che non possedevo, gioia, felicità, tutto era a mia disposizione, gli angeli riverenti mi adoravano e stavano ai miei cenni.

Ah! l’eccesso del mio amore, potrei dire, mi fece cambiare fortuna, mi restrinse in questa tetra prigione, mi spogliò di tutte le mie gioie, felicità e beni per vestirmi di tutte le infelicità delle creature, e tutto ciò per fare il cambio, per dare la mia fortuna, le mie gioie e la mia felicità eterna a loro.

Ma ciò sarebbe stato nulla se non avessi trovato in loro una somma ingratitudine ed ostinata perfidia.

Oh! come il mio eterno amore restò sorpreso innanzi tanta ingratitudine e pianse l’ostinatezza e perfidia dell’uomo.
L’ingratitudine fu la spina più pungente che mi trafisse il cuore, fin del mio concepimento fino all’ultimo del mio morire.
Guarda il mio cuoricino, è ferito e sgorga sangue. Che pena! che spasimo che sento! Figlia mia, non essermi ingrata; l’ingratitudine è la pena più dura per il tuo Gesù, è il chiudermi in faccia le porte per farmi restare intirizzito di freddo.
Ma a tanta ingratitudine il mio amore non si arrestò e si atteggiò ad’amore supplicante, pregante, gemente e mendicante, questo è l’ottavo eccesso del mio amore."
"Figlia mia, non mi lasciare solo, poggia la tua testa sul seno della mia cara Mamma, che anche al di fuori sentirai i miei gemiti, le mie suppliche, e vedendo che né miei gemiti, né le mie suppliche muovono a compassione la creatura del mio amore, mi atteggio in atto del più povero dei mendichi e stendendo la mia piccola manina chiedo per pietà almeno a titolo di elemosina le loro anime, i loro affetti, ed i loro cuori.

Il mio amore voleva vincere a qualunque costo il cuore dell’uomo, e vedendo che dopo setti eccessi del mio amore era restìo, faceva il sordo, non si curava di Me e né si voleva dare a Me, il mio amore si volle spingere di più, avrebbe dovuto arrestarsi, ma no, volle uscire di più dai suoi limiti, e fin dal seno della mia Mamma faceva giungere la mia voce ad ogni cuore e coi modi più insinuanti, con le preghiere più ferventi, con le parole più penetranti.

Ma sai che gli dicevo?
"Figlio mio, dammi il tuo cuore, tutto ciò che tu vuoi Io ti darò purché mi dai in cambio il cuore tuo; sono sceso dal Cielo per farne preda, deh! non me lo negare! non rendere deluso le mie speranze!"

E vedendolo restìo, anzi molti mi voltavano le spalle, passavo ai gemiti, giungevo le mie piccole manine e piangendo, con voce soffocata da singhiozzi, gli soggiungevo: "Ahi! ahi! sono il piccolo mendico, neppure in elemosina vuoi darmi il cuor tuo?
Non è questo un eccesso più grande del mio amore, che il Creatore per avvicinarsi alla creatura prenda la forma di piccolo bambino per non incuterli timore, e chieda almeno per elemosina il cuore della creatura, e vedendolo che non lo vuol dare, prega, geme e piange?"

E poi mi sentivo dire: "E tu non vuoi darmi il tuo cuore? Forse anche tu vuoi che gema, preghi e pianga per darmi il tuo cuore? Vuoi negarmi la elemosina che ti chiedo?" E mentre ciò diceva sentivo come se singhiozzasse, ed io: "Mio Gesù, non piangere, vi dono il mio cuore e tutta me stessa."
Onde la voce interna seguiva: "Passa più oltre, e passa al nono eccesso del mio amore."
"Figlia mia, il mio stato e sempre più doloroso, se mi ami, il tuo sguardo abbilo fisso in Me, per vedere se al tuo piccolo Gesù puoi apprestarlo qualche sollievo, una parolina d’amore, una carezza, un bacio, metterà tregua al mio pianto ed alle mie afflizioni. Senti figlia mia, dopo avere dato otto eccessi del mio amore, e l’uomo mi contraccambiò così malamente, il mio amore non si diede per vinto, ed all’ottavo eccesso volle aggiungere il nono, e queste furono le ansie, i sospiri di fuoco, le fiamme dei desideri che volevo uscire dal seno materno per abbracciare l’uomo, e questo riduceva la mia piccola Umanità, non ancor nata, ad una agonia tale da giungere a dare l’ultimo anelito.

E mentre stavo per dare l’ultimo respiro, la mia Divinità ch’era inseparabile con Me, mi dava dei sorsi di vita, e così riprendevo la vita per continuare la mia agonia, e ritornare di nuovo a morire.
Fu questo il nono eccesso del mio amore, agonizzare e morire d’amore continuo per la creatura.

Oh! che lunga agonia di nove mesi! Oh! come l’amore mi soffocava e mi faceva morire, e se non avessi tenuto la Divinità con Me, che mi ridonava la vita ogni qual volta stavo per finire, l’amore mi avrebbe consumato prima d’uscire alla luce del giorno."

Poi soggiungeva: "Guardami, ascoltami come agonizzo, come il mio piccolo cuore batte, affanna, brucia; guardami, adesso muoio."

E faceva profondo silenzio.
Io mi sentivo morire, mi gelavo il sangue nelle vene e tremante gli dicevo: "Amor mio, Vita mia, non morire, non mi lasciare sola, tu vuoi amore, ed io t’amerò, non ti lascerò più, dammi le tue fiamme per poterti più amare e consumami tutta per Te."
e siccome il nostro cibo è l’amore sempre reciproco, conforme e costante tra le Divine Persone, quindi [l’uo­mo] essendo uscito dalle nostre mani e dall’amor puro disinteressato, è come una particella del nostro cibo.

Ora questa particella ci è divenuta amara, non solo, ma la maggior parte, discostandosi da noi, si è fatta pascolo delle fiamme infernali e cibo dell’odio implacabile dei demoni, nostri e loro capitali nemici.
Eccoti la causa principale del nostro dispiacere della perdita delle anime, è questa, perché son nostre, è cosa che ci appartiene.
Come pure la causa che mi spinge a castigarli è l’amor grande che nutro per loro e per poter mettere in salvo le loro anime
Senza di questo, non solo non posso io dimorarvi, ma neppure nessuna virtù può prendere abitazione nell’anima.

Dopo, poi che l’anima ha fatto uscire tutto da sé, allora vi entro io, ed unito con la volontà dell’anima fabbrichiamo una casa.
Le fondamenta di questa si basa[no] sull’umiltà, e quanto più profonde tanto più alte e forti riescono le mura.
Le dette mura saranno fabbricate da pietre di mortificazione, incalcinate d’oro purissimo di carità.
Dopo che si son costruite le mura, io come eccellentissimo pittore, non con calce ed acqua, ma coi meriti della mia passione, indicato per la calce, e coi dolori del mio sangue, indicato per l’acqua, le intonaco e vi formo le più eccellentissime pitture, e questo servirà [per] ben munirla dalle piogge, dalle nevi e da qualunque scossa.
Appresso ne vengono le porte. Queste, per far sì che fossero solide come legno, non soggette al tarlo, è necessario il silenzio che forma la morte dei sensi esteriori.
Per custodire questa casa è necessario un guardiano che vigili da per tutto, entro e fuori, e questo è il timor santo di Dio che la guarda da qualunque inconveniente, vento ed altro che potrà sovrastarla.
Questo timore sarà la salvaguardia di questa casa, che farà operare non con timore della pena, ma per timore d’offendere Dio ch’è il padrone di questa casa; questo timore santo non deve fare altro che far tutto per piacere a Dio, senza nessun’altra intenzione.
In seguito si deve ornare questa casa ed empirla di tesori; questi tesori non devono essere altro che desideri santi, che lacrime; questi erano i tesori dell’Antico Testamento, ed in essi [gli uomini] trovarono la loro salvezza; nell’adempimento dei loro voti, la loro consolazione, la fortezza nelle sofferenze; insomma tutta la loro fortuna [la] riponevano nel desiderio del futuro Redentore, ed in questo desiderio operavano da atleti.

L’anima senza desiderio opera quasi da morta, anche le stesse virtù; tutto è noia, fastidio, rancore, nessuna cosa le piace, cammina quasi strisciando per la via del bene.
Tutto all’opposto l’anima che desidera; nessuna cosa le dà peso, tutto è allegria, vola, nelle stesse pene trova i suoi gusti, e questo perché v’era un anticipato desiderio, e le cose che prima si desiderano poi vengono ad amarsi, ed amandosi si trovano i più graditi piaceri.
Perciò questo desiderio va accompagnato da prima che si fabbricasse questa casa.
Gli ornamenti di questa casa saranno le pietre più preziose, le perle, le gemme più costose di questa mia vita, basata sempre sul patire, ed il puro patire.
E siccome colui che l’abita è il datore d’ogni bene, vi mette il corredo di tutte le virtù, la profuma coi più soavi odori, fa olezzare i più leggiadri fiori, fa risuonare una musica celestiale delle più gradite, fa respirare un’aria di paradiso
riempie l’atmosfera e si diffonde sopra tutta quanta la terra.

Ma qual è la corrispondenza che fanno le creature a quest’eco amoroso?
Ahi! Corrispondono con un eco d’ingratitudine, velenoso, ripieno d’ogni sorta d’amarezza e peccato; con un eco quasi micidiale, atti solo a ferirmi. Ma io spopolerò la faccia della terra, acciocché quest’eco risuonante di veleno più non assordisca le mie orecchie

Ed io: “Ah, Signore, che dite?”

E Gesù:
Io non faccio altro che come un medico pietoso, che ha gli estremi rimedi verso i suoi figli, e questi figli sono ripieni di piaghe.

Che fa questo padre e medico che ama i suoi figli più che la propria vita?
Lascia incancrenire queste piaghe?
Li farà perire per timore che applicando il fuoco e i ferri verranno essi a soffrire?

No, mai; sebbene sentirà come se sopra di sé si applicassero tali strumenti, con tutto ciò mette mano ai ferri, squarcia e taglia le carni, vi applica il veleno, il fuoco, per impedire che più s’inoltri la corruzione.

Sebbene molte volte succede che in queste operazioni i poveri figli muoiono, non era questa la volontà del padre medico, ma la sua volontà è di vederli risanati.

Tale sono io, ferisco per risanarli, li distruggo per risuscitarli; che molti ne periscono, non è questa la mia Volontà, questo è effetto solo della loro malvagia ed ostinata volontà, è effetto di que­st’eco velenoso che, fino a vedersi distrutti, vogliono inviarmelo
già fa l’uffizio della Maddalena che bagnò i miei piedi con le sue lacrime, li unse col balsamo e li asciugò coi suoi capelli.

L’anima, quando incomincia a rimirare in sé il male che ha fatto, mi prepara un bagno alle mie piaghe; vedendo il male, ne riceve un’amarezza e ne prova un dolore, e con questo viene ad ungere le mie piaghe con un balsamo squisitissimo.

Da questa conoscenza l’anima vorrebbe fare una riparazione, e vedendo l’ingratitudine passata si sente nascere in sé l’amore verso un Dio tanto buono, e vorrebbe mettere la sua vita per attestare l’amore suo, e questo sono i capelli che, come tante catene d’oro, si lega al­l’amore mio
Chi può dire quante cose comprendevo in queste tre parole?

Mi pareva che Gesù benedetto, per attirarsi il mio amore ed anche quello delle altre creature, fa piovere benefizi a pro nostro, e vedendo che questa pioggia benefica non giunge al punto di guadagnarsi il nostro amore, giunge a rendersi simpatico. E qual è questa sim­patia?
Sono le sue pene, sofferte per amor nostro, fino a morire diluviante sangue sopra una croce, dove si rese tanto simpatico che innamorò di sé i suoi stessi carnefici ed i suoi più fieri nemici.
Di più, per attirarci maggiormente e rendere più forte e stabile il nostro amore, ci ha lasciato la luce dei suoi santissimi esempi unita alla sua celeste dottrina, che come luce ci diradano le tenebre di questa vita e ci conducono all’eterna salvezza.
con la potenza, con la notizia e con l’amore.
La potenza è il Padre, la notizia è il Verbo, l’amore è lo Spirito Santo

Oh, quante altre cose comprendevo!
Ma troppo scarso è quello che so manifestare.

Mi pareva che con la potenza Dio si manifesta all’anima in tutto il creato; dal primo all’ultimo essere viene manifestata l’onnipotenza di Dio.
Il cielo, le stelle e tutti gli altri esseri ci parlano, sebbene in muto linguaggio, di un Ente Supremo, di un Essere Increato, della sua onnipotenza, perché l’uomo più scienziato, con tutta la sua scienza non può giungere a creare il più vil moscerino; e questo ci dice che ci deve essere un Essere Increato, potentissimo, che ha tutto creato e dà vita e sussistenza a tutti gli esseri.
Oh, come tutto l’universo a chiare note ed a caratteri incancellabili ci parla di Dio e della sua onnipotenza! Sicché chi non lo vede è cieco e cieco volontario.

Con la notizia mi pareva che Gesù benedetto, nello scendere dal cielo, venisse in persona sulla terra a darci notizia di ciò che è a noi invisibile; ed in quanti modi non si manifestò egli?

Credo che ognuno da sé comprenda tutto il resto, perciò non mi dilungo a dire
Figlia mia, se un giovane prendesse moglie, e questa presa d’amore verso di lui volesse stare sempre insieme senza staccarsi un momento, senza badare alle altre cose e fac­cende di casa, dovute da una moglie per felicitare questo giovane, or che direbbe costui?
Gradirebbe l’amore di costei, ma al certo non sarebbe contento della condotta di questa tale, perché questo modo di amare non sarebbe altro che un amore sterile, infecondo, che porterebbe danno a quel povero giovane anziché frutto, ed a poco a poco questo strano amore recherebbe noia a costui anziché gusto; perché tutta la soddisfazione di questo amore sarebbe solamente della giovane.

E siccome l’amore sterile non ha legna come fomentare il fuoco, presto presto verrebbe ad incenerirsi; perché il solo amore operante è durevole, gli altri amori come fumo se ne volano al vento.

E poi si giunge ad infastidirsi, a non curare e forse a disprezzare ciò che tanto si amava.
Tale è la condotta di quelle anime che badano solo a sé stesse, cioè alla loro soddisfazione, ai fervori ed a tutto ciò che loro gradisce, dicendo che questo è amor per me, mentre è tutta loro soddisfazione, perché si vede coi fatti che non prendono cura dei miei interessi e delle cose che a me appartengono; e se viene a mancare ciò che le soddisfa, più non si curano di me e giungono anche ad offendermi.

Ah, figlia, il solo amore operante è quello che distingue i veri dai falsi amatori, ché tutto il resto è fumo!
che non solo impiegai tutto il corso della mia vita mortale in continui sacrifizi, fino a morire svenato sopra una croce, ma mi lasciai vittima perenne nel sacramento dell’Eucaristia; e questo non solo, ma tutte le mie membra predilette le tengo vittime viventi in continue sofferenze, impiegate per la salvezza degli uomini; come fra tanti ho eletto te per tenerti sacrificata per amor mio e per gli uomini.

Ah, sì, il mio cuore non trova requie né riposo se non trova l’uomo!
E l’uomo, come corrisponde? Con ingratitudini enormissime!
Io trovandomi sola col mio diletto Gesù gli ho detto: Dimmi, mi vuoi bene?
E lui: “Sì”.

Ed io: “Non son contenta del sì solo, ma vorrei essere spiegato meglio quanto mi vuoi bene.

E lui: È tanto il mio amore per te, che non solo non ha principio, ma non avrà fine, ed in queste due parole puoi comprendere quanto è grande, forte, costante il mio amore per te
Diletta mia, non ci può stare conformità tra l’amo­re del Creatore e quello della creatura; ma però oggi ti voglio dire una cosa che ti sarà di consolazione e che tu non hai mai capito: sappi che ogni anima per tutto il corso della sua vita è obbligata ad amarmi costantemente, senza alcun intervallo, e non amandomi sempre, vi lascia nell’anima tanti vuoti per quanti giorni, ore e minuti che ha trascurato d’amarmi, e nessuno potrà entrare in cielo se non ha riempito questi vuoti, e solo potrà riempirli o con l’amarmi doppiamente nel resto della vita, e se non giunge, li riempirà a forza di fuoco nel purgatorio.

Ora tu, quando sei priva di me, la privazione del­l’oggetto amato fa raddoppiare l’amore, e con questo vieni a riempire i vuoti che ci sono nell’anima tua
Figlia mia, la tua voce mi è dolce come al piccolo uccellino è dolce la voce della madre, che avendolo lasciato per andare buscando il cibo come nutrirlo, nel ritornare, che fa l’uccellino?
Nel sentire la voce ne sente una dolcezza e ne fa festa.
E dopo che la madre gl’im­bocca il cibo, tutto si rannicchia e si nasconde sotto l’ala materna per riscaldarsi, liberarsi dalle intemperie e pren­dere sicuro riposo; oh, come riesce caro e gradito al piccolo uccellino questo starsi sotto l’ala materna!

Tale sei tu per me; sei ala che mi riscalda, mi ripara, mi difende, e mi fai prendere sicuro riposo. Oh, come mi è caro e gradito starmene al di sotto di quest’ala!
Questa mattina avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù si faceva vedere tutto sofferente ed offeso, che muoveva a compassione; io l’ho stretto tutto a me e gli ho detto: Dolce mio Bene, quanto sei amabile e desiderabile! Come gli uomini non ti amano, anzi vi offendono?
Amando voi tutto si trova, e l’amarti, tutti i beni contiene, e non amandoti ogni bene ci sfugge; eppure chi è che ti ama? Ma deh, tesoro mio carissimo, mettete da parte le offese degli uomini e per poco sfoghiamoci in amarci!

Allora Gesù ha chiamato tutta la corte celeste ad essere spettatori del nostro amore, ed ha detto:
L’amor di tutto il cielo non mi renderebbe pago e contento se non ci fosse il tuo unito; molto più che quel­l’amore è proprietà mia che nessuno mi può togliere, ma l’amor dei viatori è come proprietà che sto in atto di farne acquisto; e siccome la mia grazia è parte di me stesso, entrando nei cuori, essendo l’Essere mio attivissimo, i viatori ne possono fare un traffico dell’amore, e questo traffico ingrandisce le proprietà dell’amor mio, ed io ne sento tale un gusto e piacere che mancandomi ne resterei amareggiato.
Ecco perciò che senza il tuo amore, l’amore di tutto il cielo non mi renderebbe appieno contento; e tu sappi ben trafficare il mio amore, ché amandomi in tutto, mi renderai felice e contento
Ritornando il mio diletto Gesù, io mi sentivo quasi un timore di non corrispondere alle grazie che il Signore mi fa, avendomi lasciata impressa quella parola dettami innanzi: “Almeno sii grata”.
E lui vedendomi con questo timore mi ha detto:
Figlia mia, coraggio, non temere; l’amore supplirà a tutto; poi avendo messo la volontà di veramente fare ciò ch’io voglio, ancorché qualche volta [tu] mancassi io supplirò per te; perciò non temere.

Sappi però che il vero amore è ingegnoso e il vero ingegno giunge a tutto; molto più quando nell’anima c’è un amore amante, un amore che si duole delle pene della persona amata come se fossero proprie, ed un amor che giunge a prendere, a soffrire sopra di sé ciò che dovrebbe soffrire la persona che si ama, qual è il più eroico e che si rassomiglia al mio amore, essendo molto difficile trovare chi metta la propria pelle.

Onde se in tutta te non ci sarà altro che amore, se non mi compiacerai in un modo lo farai in un altro.

Anzi se tu starai in possesso di questi tre amori, succederà di me come a quel tale che essendo ingiuriato, offeso con ogni sorta d’oltraggi da tutti, tra tanti c’è uno che lo ama, lo compatisce, lo ripaga per tutti; quello che fa?
Fissa l’occhio nella persona amata, e trovando la sua ricompensa, dimentica tutti gli oltraggi e dà favori e grazie agli stessi oltraggiatori
Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo alle genti; chi può dire i mali, gli orrori che si vedevano?
Onde tutto afflitto mi ha detto:

Figlia mia, che puzza che tramanda la terra, mentre doveva essere una col cielo, e siccome nel cielo non si fa altro che amarmi, lodarmi e ringraziarmi, l’eco del cielo doveva assorbire la terra e formarne uno solo.
Ma la terra si è resa insopportabile, onde vieni tu ed unisciti col cielo, ed a nome di tutti vieni a darmi una soddisfazione per loro.

In un istante mi son trovata in mezzo ad angeli e santi; non so dire come, mi son sentita una infusione di ciò che cantavano e dicevano gli angeli e i santi; ed io al pari di loro ho fatto la mia parte a nome di tutta la terra.
Il mio dolce Gesù tutto contento, dopo ciò ha detto rivolto a tutti:
Ecco dalla terra una nota angelica; quanto mi sento soddisfatto!
E mentre ciò diceva, quasi per ricompensarmi mi ha preso fra le sue braccia, mi baciava e ribaciava, mostrandomi a tutta la corte celeste come oggetto delle sue più care compiacenze. Nel vedere ciò, gli angeli hanno detto:
Signore vi preghiamo, mostrate ciò che avete operato in quest’anima, alle genti, con un segno prodigioso della vostra onnipotenza, per la gloria vostra e per il bene delle anime non tenete più nascosti i tesori in lei versati, onde vedendo e toccando loro stessi la vostra onnipotenza in un’altra creatura, può essere di ravvedimento ai cattivi e di maggior sprone a chi vuol essere buono.

Io nel sentir ciò mi son sentita sorprendere da un ti­more e tutta annullandomi, tanto che mi vedevo come un piccolo pesciolino, mi son gettata nel cuore di Gesù dicendo: Signore non voglio altro che voi, e di essere nascosta in voi; questo vi ho chiesto sempre, e questo vi prego a confermarmi.
E detto ciò mi son rinchiusa nell’interno di Gesù, come nuotando nei vastissimi mari dell’interno di Dio. E Gesù ha detto a tutti:
Non l’avete sentito? Non vuol altro che me, ed essere nascosta in me, questo è il suo più gran contento; ed io nel vedere un’intenzione così pura, mi sento più tirato verso di lei, e vedendo il suo dispiacere se mostrassi alle genti con un segno prodigioso l’opera mia, per non contristarla non vi concedo ciò che mi avete domandato.

Ma gli angeli pareva che insistevano, ma io non ho dato più retta a nessuno, non facevo altro che nuotare in Dio per comprendere l’interno Divino; ma ché, mi pareva di essere come un fanciullino che vuole stringere nella sua piccola manina un oggetto di smisurata grandez­za, che mentre lo prende gli sfugge, ed appena gli riesce di toccarlo; sicché non può dire né quanto pesa né quanta larghezza conteneva quell’oggetto; ossia come un altro fanciullo che non conoscendo tutta la profondità degli studi, dice, con l’ansia di dover imparar tutto in un breve tempo, ed appena gli riesce d’imparare le prime lettere dell’alfabeto.
Così la creatura non può dire altro [che]: “L’ho toccato, è bello, è grande, non c’è bene che non possiede”; ma quanto è bello? Quanta grandezza contiene? Quanti beni possiede? Non so dirlo; ossia, può dire di Dio le prime lettere dell’alfabeto, lasciando indietro tutta la profondità degli studi. Sicché i miei carissimi fratelli, angioli e santi, anche in cielo, come crea­ture non hanno la capacità di comprendere in tutto il loro Creatore, sono come tanti recipienti ripieni di Dio, che volendoli riempire di più, traboccano fuori